mercoledì 31 ottobre 2007

Polvere di....

Possibile che per rendere un libro qualcosa di fruibile al pubblico cinematografico bisogna espropriarlo di tutto quello che non sia luogo comune?

Mi spiego. Una delle regole che osservo, quando non ho letto un libro da cui è stato tratto anche un film, è prima vedere quest'ultimo e poi leggermi l'opera originaria, indiscriminatamente dal mio giudizio sul film stesso (nel caso invece avessi già letto il libro, ultimamente il film non me lo vedo affatto).


Questo ragionamento è valso anche per "Stardust", e, come al solito, il film è stato qualcosa che manteneva solo una traccia di quello che il libro conteneva.

Uscendo dal cinema non potevo credere che Gaiman avesse potuto scrivere una favola tanto (fastidiosamente) melensa, sdolcinata e anche un pò trita e ritrita (la solita strega cattiva, il ragazzetto ingenuo ma tanto eroe dentro, la bella di turno da salvare ecc ecc).

E difatti, fortunatamente, il libro è tutt'altro. C'è, si, la storia d' "amore", ma insieme ci sono anche i temi dell'amicizia, dell'essere generosi con gli altri e di rendere merito a chi lo è con noi...e una visione più realistica del detto "e vissero per sempre felici e contenti". A questo poi va ad aggiungersi anche una struttura narrativa di una certa portata, di cui il film è privo. In pratica il solito grande Gaiman.

Sta di fatto che questo tipo di risultato, nella messa a confronto film/libro, lo ho avuto il 99% delle volte*.
Qualsiasi meccanismo narrativo un pò più complesso, qualsiasi cosa che sia leggermente di fuori dai "topos" del genere per cui nascerà il film, viene estirpato e, quel che è peggio, spesso sostituito da eventi o archi narrativi banali.

Ma, dico io, non avrebbe più senso scrivere direttamente qualcosa di originale per il cinema invece di attingere malamente da opere che hanno la loro bella dignità nelle pagine stampate? MAH

*vedi anche qualsiasi film tratto da un libro di King.

sabato 13 ottobre 2007

Storia della follia nell'età classica


Sintetizzo:

"la razionalità moderna reprime e omologa le alterità definendole come espressioni patologiche, come psicopatologie. Ma in realtà è che non esiste una follia in sè e nemmeno le si può tracciare nettamente un confine. Semplicemente nel mondo moderno si è attuata una reclusione dell'elemento oscuro della razionalità escludendola socialmente e facendone oggetto di studio scientifico, togliendole il tratto creativo della divina mania tramandata dalla cultura classica e medievale"

Mi scontro con qualcosa che finalmente, nel mazzo di filosofi e pensatori con cui ultimamente mi trovo a che fare per gli esami, mi solletica particolarmente l'interesse.

Penso decisamente che acquisterò questo libro di Foucault.

giovedì 4 ottobre 2007


Non so se avete presente i libri di Hermann Hesse, ma quasi tutti hanno come tema portante il viaggio e la ricerca di se stessi attuabile attraverso il confronto con nuovi posti e nuove persone.

Beh, è una cosa che mi ha sempre fatto sognare il poter fare come i protagonisti di quelle storie, che si ritrovano a vivere in luoghi a loro quasi sconosciuti, in piccole pensioni o affittacamere con i padroni di casa amichevoli ma discreti, interagendo con persone a loro completamente nuove ma che in breve tempo è come se conoscessero da sempre....in paesi in cui il tempo scorre tranquillo e senza ansie, dove il paesaggio ti riempie gli occhi e ti rasserena.
E vivere tutto questo avendo così la possibilità di vedere la vita con occhi nuovi, con nuove sensazioni, che, integrate ai loro vissuti, ne fanno persone più mature e spesso capaci di vivere serenamente con loro stesse e con gli altri.

Potrebbero esistere ancora luoghi come questi?